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Tornavano i ricordi ad assalirla e le immagini si cozzavano confuse: le due bimbe con le braccia tese verso di lei; suo marito a braccetto di un altra donna — lei stessa colpevole, vilipesa, scacciata — poi balestrata di giorno in giorno fino all’ultima miseria: un cencio sudicio adoperato ai più vili mestieri. E in mezzo a queste lugubri fantasie tornava, per tormentarla di più, la prima visione luminosa: una figura di donna raggiante di gioventù e di bellezza, punto di mira a migliaia di sguardi, desiderata, applaudita da una folla di uomini. Quella donna era lei stessa, lei stessa, felice di sentirsi bella e giovine, esaltata da quei trionfi, ma onesta.

Tutti glielo dicevano; era una brava ragazza, non voleva saperne di raggiri: voleva maritarsi: faceva bene. Proprio così: lei era fidanzata a un negoziante del suo paese e non aveva raggiri. E si stimava savia e disprezzava le altre. Chi le avrebbe detto che di là appunto doveva nascere la sua rovina? Chi le avrebbe detto che, dopo smesso di ballare per dedicarsi tutta alla famigliuola, le sarebbe toccato di ricominciare, per far fronte alla miseria, con le gambe rese pesanti dal riposo, le carni floscie, la faccia scarna, i capelli brizzolati? e la crudele memoria numerava ad una ad una le infinite amarezze di quel ricominciamento. Gli antichi ammiratori che affettavano di non riconoscerla; le faccie dure e fredde degli impresari che le facevano la limosina di una miserissima scrittura; le faccie maligne delle rivali atteggiate a beffarda pietà.

Ma si fa il callo a tutto. Ella si era avvezzata a quella vita, come da giovinetta a ballare mezza nuda sotto al fuoco dei cannocchiali. Si consolava che almeno poteva dare un