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giovarle. Egli in vero per una parte asseverava che non d’altra in terra era stato preso, che di quella che ora gloriava in cielo, e terminava “lo parlare di quella viva Beatrice beata„, ragionando dell’immortalità dell’anima;1 e per l’altra diceva pur sempre che da quella morta gentilissima era stato tratto allo studio e alla conoscenza e alla sapienza; poichè per consolarsi della sua perdita, egli si era dato a leggere libri e a entrare “nello Latino„, egli si era innamorato della sposa dello Spirito, alla quale Beatrice era stata così devota come Dante. Un soave pensiero, che era vita del suo cuore dolente, andava ai piedi di Dio: un altro pensiero ora lo faceva fuggire, quel pensiero soave; cioè consolava Dante del suo dolore. Quale? Quello che lo faceva guardare un’altra Donna. Ma qual Donna? Una ch’egli omai doveva pensare a chiamare Donna cioè signora: la Donna2

pietosa ed umile, saggia e cortese nella sua grandezza,

la Donna dunque, “umile e alta„, la Donna in cui è misericordia e pietà, e che precorre al domandare. Oh! l’infedele, che si consola nello studio e nella scienza! Oh! l’apostata, che si consola pensando all’immortalità dell’anima, e alla verace sapienza che lo condurrà, per la misericordia della Vergine, a riveder Beatrice ai piedi di Dio!

Ma il Convivio rimase interrotto. Dante riprese la mirabile Visione. Quando? Quando disperò di salire

  1. Conv. II 9.
  2. Conv. Canzone «Voi che intendendo».