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andran male, ed ei se ne tornerà più oppresso ed arrabbiato che quando era venuto. Mentre i popoli gridano, i ministri tiranneggiano; egli stassene in una beata stupidità, e gli pare di esser sapientissimo.

Ma fosse pure uno stolto, e non corrompesse e guastasse con la sua prosunzione ogni condizion di persone. Egli si è persuaso che tutti i sudditi son cattivi e ladri, che non giova torre d’impiego un satollo per mettervi un affamato, e che i più ladri e più ribaldi sono i più fedeli al trono: sicchè tutte le persone che reggono le cose del regno sono o stupidi o malvagi, perchè, secondo il senno di Ferdinando, i primi non sanno rubare, i secondi son fedeli e sazii, e non rubano tanto. Egli non dubita scherzando di domandare ad un ingegnere quanto ha avuto di sottomano in un’opera; e un dì essendo a Caserta seguito da Ministri, tra i quali il Santangelo, che ha fama di ladro, ei non si vergognò di mettersi le mani dietro, e dire ridendo: signori miei, guardiamoci le tasche. Questa stupida persuasione è la cancrena che divora tutto il regno, è la causa vera e prima di tutti i nostri mali. Quando i ladri non solo sono sofferti, ma premiati, tutti si sforzano di rubare. E tra otto milioni di uomini non vi sarebbero anche un dieci persone dabbene? E non dovrebbe un re cercarle ed adoperarle in vece di quella gente trista, ignorante, fecciosa, che forma il nostro governo? E se anche tutti son malvagi un buon principe li forma buoni col terrore, essendo tirannicamente giusto, facendo impiccar per la gola un ministro che ha fatto un’ingiustizia, ha spogliato un cittadino. Dà quest’esempio, e vedrai che anche un popolo corrottissimo, anche un popolo di Ferdinandi diventerà buono, prima per paura, poi per uso, infine per educazione e per sentimento. La stoltezza di questo re Sacripante ha corrotto anche l’esercito che è il suo prediletto trastullo; perocchè egli dando dell’asino e del ladro agli uffiziali pubblicamente,