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Pagina:Serao - All'erta, sentinella!, Milano, Galli, 1896.djvu/185


— È vero.

Bussarono.

— Sarà lei — disse Caterina.

— No, ha la chiave.

E allora a fanciulla si decise ad aprire, per la terza volta. Fuori la porta vi era Gelsomina Santoro, la portinaia del palazzo Ricciardi, con un grosso involto sotto il braccio. Vedendo la fanciulla indietreggiò, un po' intimidita.

— Scusate, cercavo di Tommasina — disse arrossendo.

— Non l'avete vista? — chiese Caterina. — È uscita da un'ora e mezza, per comprare certo caffè o non è più ritornata.

— Non l'ho vista, signorina mia, se no non venivo a cercarla qui. Sarà passata, mentre io ero dentro la bottega del mio innamorato, Federico. Ora lo sposo — soggiunse con una esplosione di gioia, sempre restando fuori la porta.

— Per il terno, non vero? — disse dal suo angolo la signora, dolcemente.

— Già per il terno. E pensare che z'i Domenico lo sciancato, quello che lustra le scarpe, non voleva che lo giocassimo, Federico e io! Zì Domenico ha il cervello stravolto, signore mie, per i numeri. Ma già saranno stati quei cinque soldi che mi ha prestato Peppino Ascione mio cugino: Peppino fa i santi, ed è un po' santarello anche lui. Ora lui va a Pugliano, a curarsi la salute, e noi ci sposiamo. Sapete che non hanno voluto darci i