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atto quarto 349


Jago. Parlate più sommesso.

Emil. Oh! vendetta su quei malvagi! Fa uno scaltrito di questa fatta colui che mise a voi pure sospetti pel capo, allorchè mi credeste colpevole col Moro.

Jago. Siete pazza; andate.

Desd. O buon Jago, che farò io per rientrare nella grazia del mio sposo? Buon amico, vanne a lui; perchè, per questo spirabile lume di cielo, non so come abbia potuto demeritare del suo amore. Vedi: qui m’inginocchio; e se nelle mie azioni, ne’ miei discorsi, o ne’ miei pensieri; se mai la mia volontà peccò contro i miei voti; se mai i miei occhi, le mie orecchie, o alcun altro dei miei sensi rimasero affascinati da altri, che da lui; e se vero non è ch’io l’amo ancora, che sempre l’ho amato, che sempre lo amerò teneramente, dovess’egli ancora ripudiarmi e far di me la donna più sventurata, santa Consolazione, abbandonami, nè mai più ritornare a me! Le scortesie di uno sposo hanno un crudele potere; e le sue scortesie possono bensì distruggere la mia vita, ma non contaminar la mia fede. Rabbrividisco a ripeter quella parola d’impudica! è parola che mi fa orrore; tutti i vani tesori del mondo non potrebbero indurmi a commetter l’opera che di quel nome mi renderebbe degna.

Jago. Calmatevi, ve ne prego; non fu che un istante d’inquietudine. Gli affari dello Stato lo conturbano; e il suo cruccio cadde anche sopra di voi.

Desd. Se altro non fosse...

Jago. Altro; ve ne do parola, (s’ode una tromba) Udite? questi strumenti annunziano che il desco della sera è imbandito. L’inviato di Venezia vi attende; andate, e tergete il pianto: tutto riuscirà felicemente. (escono Desdemona ed Emilia; entra Rodrigo)

Jago. Come qui, Rodrigo?

Rodr. Non parai che tu schiettamente adoperi meco.

Jago. E da che lo desumi?

Rodr. Tu mi schernisci, Jago: ogni giorno nuovi pretesti; e, lungi dal fornirmi i mezzi di riuscire al mio fine, m’avveggo che me ne togli l’occasione e la speranza. Nol vo’ più patire; nè ornai posso tacermi su quello che ho pazzamente sofferto.

Jago. Volete ascoltarmi, Rodrigo?

Rodr. In verità vi ascoltai anche troppo, perchè fra le vostre parole e le vostre opere non è alcuna affinità.

Jago. Voi mi accusate a torto.

Rodr. Non dico che il vero. Ho profuso l’oro a larga mano;