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atto secondo 309


Jago. Di corruzione; lo giuro per questa mano. L’indice tesse i preludii misteriosi d’ogni storia di voluttà o di pensieri impuri. Le loro labbra s’avvicinavano tanto che i loro aliti si son confusi; il vizio trapelava, Rodrigo, con tutte le sue fosche immagini. Allorché tali premesse vengono mutamente fatte, la conclusione è vicina, ed è terribile. Sì, sì... ma lasciate ch’io vi governi, io che da Venezia vi condussi fin qui. Vegliate questa notte; tal’è la cura che vi commetto. Cassio non vi conosce; io vi starò vicino. Trovate mezzo d’inasprir Cassio, o assumendo modi di sdegno, o facendovi beffe delle sue discipline, o con qualunque altro pretesto che vi piaccia: il momento saprà fornircelo.

Rodr. E poi?

Jago. Egli è violento e pronto alla collera; arriverà fino ad alzare il braccio su di voi. Provocatelo, onde lo faccia. Ch’ei v’aggiusti un solo colpo; ed io ecciterò tal sommossa nell’isola, che per sedarla sarà d’uopo che Cassio cada. Con ciò vi vedrete in maggior probabilità di pervenire allo scopo dei vostri desiderii, e saran tolti gli ostacoli che ora ne vietano ogni speranza.

Rodr. Voglio far quello che dite, se potete assicurarmene un buon profitto.

Jago. Ve lo guarentisco. Indugiate. No; venite fra poco a raggiungermi alla cittadella. Ebbi incarico di far trasportare le sue bagaglie a terra. Buon giorno.

Rodrigo. Addio.     (esce)

Jago. Che Cassio l’ami, lo credo senza stento; ch’ella ami Cassio, la cosa sembra naturale e facile. Il Moro, sebbene io lo abborra, ha un’anima costante, amorosa e nobile; e ben faccio fede ch’ei sarà per Desdemona un caro marito. Ed io pure amo la bella, non d’un amor voluttuoso, quantunque forse commettessi anche un peccato di voluttà con lei; ma d’un amor meditato, inspiratomi dal bisogno di vendicarmi del Moro, che contaminò il mio talamo. Questo pensiero, come un aspide avvelenato, mi corrode il seno: e nulla può, nulla potrà soddisfar l’anima mia, se saldato non avrò il conto donna per donna; o, se non riesco da questo lato, che posto non abbia in lui gelosia sì tremenda, che la ragione non possa porvi confine. Ora per riuscirvi, se quello stupido cane che condussi da Venezia, e che adopero ad animar la caccia, segue la via in cui lo posi, metterò alle strette il nostro bel luogotenente, ingannerò il Moro sul conto di lui coll’errore più insigne, e... sì... perchè temo che Cassio ancora usi della mia veste nuziale. — Voglio indurre il Moro ad accarezzarmi, a ringraziarmi d’averlo posto in tal laccio; a ricompensarmi d’aver turbata la