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atto secondo 187

piarmi in mille parti, e poi la spina... oh la mia spina, la mia spina! Dio del cielo! come avete mai cuore di farmi così cercar la morte con tali fatiche?

Giul. In verità, sono ben dolente di vedervi soffrire, mia povera nutrice; ma che vi disse il mio amante?

Nutr. Il vostro amante mi parlò da quel valentuomo ch’egli è, obbligante, cortese, gentile, e, ne son sicura, virtuoso. — Dov’è vostra madre?

Giul. Dov’è mia madre?... perchè?... ell’è dove suol essere. Che strane risposte son queste che mi date? Il vostro amante parlò da quel ch’egli è; dov’è vostra madre?

Nutr. O cara fanciulla del Signore, siete così impetuosa? È questo il balsamo che apprestate alle mie ferite? Per l’avvenire recherete i vostri messaggi voi stessa.

Giul. Veggo nelle vostre mani una scala... Ah! che disse Romeo?

Nutr. Otteneste licenza d’andarvi a confessare oggi?

Giul. L’ottenni.

Nutr. Sta bene: andate dunque alla cella di fra Lorenzo, dove uno sposo vi aspetta. Ah! ah! ora il sangue vi s’infiamma, e vi ascende alle gote? Ma ogni mia parola lo scalderà ben di più. Ite alla chiesa, e io intanto attenderò ad altra bisogna; che preparar m’è d’uopo la scala per cui il vostro amante salirà al nido della sua colomba, allorchè sia caduta la notte. Per ora in me sola gravita tutta la fatica dei vostri piaceri, ma questa sera in voi pure ricadrà una parte del fardello. Addio: ite, ite; io me ne vado a pranzo.

Giul. Oh mia buona nutrice! sono al colmo della felicità.

(escono)


SCENA VI.

Cella di frate Lorenzo.

Entrano Frà Lorenzo e Romeo.

Fr. Voglia il Cielo benedire questo sacro contratto, e preservarci dal pentimento nelle ore che seguiranno.

Rom. Amen! amen! Ma mi colgano anche tutte le sventure unite, esse non bilancieranno mai la gioia che produce in me un istante della sua presenza. Unite soltanto le nostre mani proferendo le parole solenni, e la morte struggitrice dell’amore spieghi in seguito tutta la sua crudeltà, poco men cale; a me basterà di aver potuto chiamare Giulietta mia sposa.