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122 atto terzo


Ces. Lungi da me! Vorresti scuotere tu forse il sommo Olimpo?

Dec. Magnanimo Cesare!

Ces. Cederò ora, se a Bruto non cedei?

Cass. Mano, parla per me! (dà una pugnalata a Cesare nel collo; Cesare snuda uno stocco, ed è allora trafitto da vani altri congiurati, e per ultimo da Bruto)

Br. Muori dunque, Cesare!

Ces. Et tu, Brute? (muore; Antonio, i Senatori e il popolo si ritirano in tumulto)

Cin. Libertà! libertà! Spent’è la tirannia! Correte; risuoni Roma di quest’alta novella.

Cass. Slanciatevi alle tribune, e con quanta voce v’infuse Iddio nei precordi gridate: Libertà! Libertà!

Br. Popolo e Senatori, non vi colga spavento... rimanetevi, non fuggite... il debito dell’ambizione è scontato.

Cass. Bruto, va alla tribuna.

Dec. E Cassio pure.

Br. Ov’è Publio?

Cin. Qui; ma atterrito di tanto avvenimento.

Met. Restiam fermi, o valorosi, onde i satelliti di Cesare...

Br. Non parlar di fermarti; e tu, Publio, fa cuore, che nè te, nè alcun altro Romano vuolsi omai abbattere.

Cass. Allontanati, Publio, affinchè il popolo furioso, irrompendo su di noi non oltraggi la tua canizie.

Br. Sì, esci, e annunzia alla moltitudine che l’ira nostra è paga, e che noi soli fummo gli autori di questa grande opera.

(rientra Trebonio)

Cass. Antonio ov’è?

Treb. Fuggì atterrito in sua casa, attraversando la folla che ingombra le vie; e grida da ogni parte come se fosse giunto l’ultimo dì del mondo.

Br. Fati! i vostri decreti ne fiano in breve palesi; e ove in noi ricada il retaggio di tutte le creature, la morte, sapremo affrontarla senza mandare un lamento.

Cass. Sì; a quegli cui vengon tolti venti anni di vita, venti anni ancora vengon tolti d’angoscie e di martirii.

Br. Ed è per ciò che la morte è un bene verace; e amici a Cesare fummo, abbreviandogli le agonie dell’esistenza. Ma indugiate anche un istante, Romani, e tuffate le destre nel sangue di lui, per arrossarne le spade; inviandovi poscia all’area del popolo, branditele purpuree sui vostri capi, e gridate: Riscatto! riscatto! libertà!