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404 emilio tagliabue

Roveredo, Giovanni Pietro Bottanello, che ad istanza del Commissario Giovanni Giorgio d’Albriono, apre un processo contro alcuni uomini di Mesocco, i quali sulla piazza di Roveredo furon veduti a vendere oro filato. La cosa non ebbe seguito.

Dopo ciò poco nulla possiamo dire sulla zecca di Roveredo.

L’alito potente di libertà che la riforma diffondeva nella Rezia penetrava nelle vallate poste al Sud delle Alpi. L’autorità di Gian Francesco ne è scossa; insorgono litigi fra i suoi commissari e i comuni delle valli, spalleggiati dai Grigioni, i quali sono i veri padroni del feudo, come egli si lamenta1 avanti il Consiglio di Lucerna nel 1543 e nel 1546.

Nel marzo 1546 la zecca non lavorava. Un inventario di quel mese ci fa conoscere che l’abitava solo il commissario di Gian Francesco Trivulzio2.

Il superbo palazzo di Roveredo, il quale nei tempi di maggior splendore aveva ospitato il vescovo di Coirà, l’abate di Dissentis e i più potenti signori della lega Grigia, cadeva in rovina. Un inventario contemporaneo a quello della zecca, lo descrive ripostiglio di legnami e di pietre, sguarnito d’artiglierie, e abitato da un servo di stalla del commissario3.

Infine «al nome di Dio a li 2 octobre in Menadrisio nell’anno 1549»4 il marchese Gian Francesco Trivulzio risolve di rinunciare a tutti i diritti, beni e crediti che possedeva nel feudo di Mesocco,

  1. Motta, Le zecche di Mesocco, ecc., pag. 170.
  2. Vedi doc. 9 in Appendice.
  3. Archivio Trivulzio, Araldica Cart., 12. Cod, cartaceo originale
  4.