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ad esso. In questo senso va interpretato il famoso passo d’Orazio: Et quae tractata ec., passo assai di sovente abusato dai critici e dai saccentelli.

Mi sembra aver dichiarato bastantemente quello ch’io m’intenda per universalità e libertà di poesia. E ciò quanto al concetto principale e dominatore dell’opera. Venendo ai particolari fo tutto altro discorso, e dico che questi devono essere il più possibile proprii dello scrittore, o vogliam dire, tenere il più possibile del secolo e del paese in che vive. Qui a prima giunta può sembrare a taluno ch’io mi contraddica; ma debbo soggiungere che una poesia non potrà lodarsi per generalità di vedute, quando alcune parti, che noi chiameremo accessorie, non si riferiscono ad oggetti prossimi e circostanti, e per conseguente individuali. Ed ecco il discorso che io tengo, il quale per esser breve non lascierà di mostrarsi vero, chi voglia attentamente considerarlo. L’universale si lega al particolare; uno non può sussistere senza l’altro. Abbiamo detto che ogni uomo ed ogni scrittore per conseguenza, dee considerarsi come individuo d’una grande famiglia. Quando non si mostra nelle sue vere sembianze, e fa in certa guisa le parti d’altra persona, non partecipa più a quel gran tutto, o, per meglio dire, quel tutto rimane per colpa di lui difettoso ed interrotto. I Greci, ed in generale le nazioni antiche, hanno mostrata, intendo sempre in materia di lettere, gran verità