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alcuni s’avvisarono di trovare nelle opere di scrittori pagani con alcuni luoghi de’ libri santi, penso sieno piuttosto necessarie relazioni della bellezza, immutabile ed universale, che risultamenti dello studio e dell’imitazione. Non credo che una piccola, oscura, e dirò anzi spregiata nazione, qual si fu l’ebrea al tempo antico, mandasse i proprii libri, vuoi di religione, vuoi di letteratura, ad istruire nazioni fiorenti per ogni guisa di civiltà e di sapere, e superbe di sè per maniera da chiamar non straniero, ma barbaro tutto ciò ch’era fuori de’ loro confini. Bando adunque in quest’esame, che verremo facendo della poesia biblica, e di quella de’ salmi in particolare, a tutto ciò che hanno i retori, siami conceduta la frase, inventato per accordare alla letteratura speciale di qualche nazione una quasi dirò dittatura sulle altre tutte. Esaminiamo la poesia biblica come se altri libri di questo genere non ci avessero sulla terra, e vediamo con qual intendimento furono composti que’ canti divini, e qual utile possa a noi provenire da tale lettura.

La poesia biblica è una poesia primitiva. Quando dico primitiva, intendo più libera ed universale, che non sono le poesie dei popoli affievoliti da una lunga civiltà. Una generazione si aggrava sull’altra, e le soverchie esercitazioni dell’intelletto logorano la fantasia ed ammorzano o rattiepidiscono la fiamma del sentimento. La filosofia, dico l’arida e vile, che tutto accorda