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suno o quasi nessuno in Italia avesse preveduto di dover comperare e pagare la sospirata libertà e l’indipendenza, altrimenti che con pochi giorni di combattimento e di entusiasmo. Occorrono invece lunghi e numerosi sacrifizi; e chi non sa incontrarli con animo sereno e tranquillo, non è degno di quei sommi beni, che sono la libertà e l’indipendenza. Ed è appunto la perpetua ribellione contro la necessità di tali sacrifizi che li rende più gravi e meno fecondi. La tassa sulla ricchezza mobile non era soltanto un atto di giustizia e di convenienza; era altresì e principalmente un atto di necessità, poichè senza un aumento determinato della rendita pubblica, il paese era esposto ad un disonorevole fallimento. La commissione pel riparto dell’imposta doveva raccogliere la somma voluta; ma essa non poteva regolarne la distribuzione se non fondandosi sulle dichiarazioni dei possessori di ricchezze mobili. Se questi avessero tutti operato onestamente, dichiarando senza menzogna i capitali da essi posseduti, o la rendita prodotta tanto dai capitali quanto dall’industria loro, la tassa sarebbe caduta su quelli ch’erano atti a portarla, e che appena ne avrebbero sentito il peso. Ma, cosa dolorosa e vergognosa a dirsi, pochi furono quelli che non ricorsero alla menzogna. Persone che spendono una grossa rendita, ne dichiarano la terza o la quarta parte.

Molti possessori di carte pubbliche si astennero dal dichiararle, e menarono vanto di questa loro simulazione. Eppure la somma totale prefissa doveva trovarsi, perchè necessaria alla conservazione del credito pubblico; e molti di coloro ch’erano in grado e in obbligo di pagarla, essendosi disonestamente sottratti all’adempimento del loro dovere, i poveri si trovarono naturalmente assai più gravati che non dovevano esserlo. Quindi lagnanze, malcontento ed accuse contro il governo spogliatore, che levava il pane di bocca ai miseri. Chi diceva loro che il governo non avea parte nella distribuzione della tassa, che le menzogne dei ricchi e non la crudeltà del governo, erano la cagione dei loro patimenti, non era ascoltato, e taluni cadevano in sospetto di intendersela col governo, per ingannarli e spogliarli impunemente.

Nelle campagne abbandonate all’influenza dei contadini arricchiti, vi fu di peggio. Gli affittaiuoli riescirono facilmente a farsi nominare membri delle commissioni di riparto, dai consigli comunali che loro obbediscono ciecamente; ed una volta in possesso della tassa, essi trattarono sè medesimi e gli amici loro con tale indulgenza e pre-