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Pagina:Nietzsche - La volontà di potenza, 1922.djvu/161


rma ». — 163 — Come se dovesse venir raggiunto un tipo, che si libra innanzi al- l'essere e lo anima nel suo interno. La f o r m a, la s p e c i e, la legge, T i d e a, lo scopo — qui vien commesso in generale il medesimo errore che consiste nel so- stituire ad una finzione una falsa realtà: come se il divenire recasse seco una qualche ubbidienza, — vien fatta nel divenire una divi- sione artificiale tra c i ò che agisce e ciò verso cui l'agire stesso si dirige (ma ciò che e ciò a cui sono soltanto fìssati da una obl)edienza alla nostra dogmatica metafisico-logica: nessun « fatto reale ")• Non si deve intendere questa esigenza di foi^mare concetti, ge- neri, iorme. fini, leggi {« un mondo di casi identico), come se con ciò fossimo in grado di fissare il vero mondo; ma come necessità di costituire a noi stessi un mondo, per il quale la nostra tsi sten za ò resa possilDdle: — noi formiamo così un mondo che per noi è descrivibile, semplicato. Intelligibile, eoe. Questa stessa necessità consiste nella attività dei sensi, che l'intelletto sostiene — mediante il semplificare, ingrossare, sotto- lineare, inventare, sul che riposa ogni riconoscere, ogni potersi ren- dere intelligibile. I nostri bisogni hanno così precisato i nostr= sensi, che ritorna sempre lo stesso mondo dei fenomeni, il quale ha ricevuto perciò l'apparenza della realtà. Il nostro bisogno subbiettivo di credere nella logica esprime sol- tanto che noi, da molto tempo, prima che la logica stessa venisse alla nostra coscienza, non abbiamo fatto nient'altro che introdurre i suoi postulati nel divenire: adesso noi li ritroviamo in esso — non possiamo più fare diversamente — e supponiamo che questa necessità garantisca qualcosa intorno alla « verità ». Noi sia- mo quelli che abbiamo concepito la «cosa», la «stessa cosa», il soggetto, il predicato, l'azione, l'oggetto, la sostanza, la forma, dopo di avere a lungo continualo a rendere uguale, a ingrossare, a sem- plificare. Il mondo ci appare logico, perchè noi prima lo ab- biamo logie izzato. 330. I continui trapassi non permettono che si parli di « indi- viduo », ecc.: il « numero » degli esseri è esso medesimo in flusso. Nulla sapremmo del tempo e del movimento, se non credessimo di vedere in n:ianiera grossolana « qualcosa in riposo » accanto a qual- cosa in moto. Altrettanto poco della causa e dell'effetto, e senza la