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in petto un enorme spillone col ritratto del suo defunto — in dagherotipo — mezza persona, con una bella cravatta a nodo svolazzante e la catena dell’orologio; a guardarci bene, si vedeva anche un piuolo della sedia su cui stava seduto.
Grassona, brunotta, occhi vivi senza esser belli, faccia comune, ma simpatica per la bontà che vi traluceva; aveva forse sulla coscienza qualche biglietto di lotto giuocato furtivamente, qualche pettegolezzino colle amiche, qualche malizietta a fin di bene — ma non altro, lo giurerei.
Viveva da cinque anni col fratello.
Erano gente comoda, quieta, senza lusso e senza ambizione. Pompeo aveva appena terminato i suoi studii all’università quando la sorella rimase vedova; si unirono in un solo appartamento, e l’avvocato novellino badò a farsi un nome.
Ci volle del tempo e della pazienza; bisognò correre, parlare, brigare, chiedere da una parte, sospirare dall’altra — trepidare per l’ansia — sussultare per la speranza — mordersi i pugni per il disinganno — le solite, le eterne lotte della vita.
Finalmente il posto venne; uno studiolo bene avviato, modesto, senza pretese, ma di valore reale come era appunto il nuovo proprietario.
La signora Chiara gongolava — ma Pompeo, quella