Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. IV, 1914 – BEIC 1885923.djvu/316

310 xxi - il re pastore


virtude ostenta? E quel tu sei, che ardisce

di correggere i re? Torna in te stesso,
e grato ai numi... Ah! rimirar potrai
la tua bella speranza ad altri in braccio
senza morir? No; ma la scusa è indegna,
o Agenore, di te. Se ami la vita
men dell’onor, se piú Tamiri adori
che il tuo piacer, guidala in trono e mori.

SCENA VII

Aminta in abito reale, e detto.

Aminta. Eccomi a te di nuovo; ecco deposte

le care spoglie antiche. Avvolto in questi
lucidi impacci, alla mia bella Elisa
mal noto forse io giungerò. Potessi
almeno a lei mostrarmi!
Agenore.   Ah! d’altre cure,
signore, è tempo. Or che sei re, conviene
che a pensar tu incominci in nuova guisa.
Aminta. Come! E che far dovrei?
Agenore.   Scordarti Elisa.
Aminta. Elisa! E chi l’impone?
Agenore.   Un cenno augusto
di chi può ciò che vuole, e vuole il giusto:
l’impone il ben d’un regno,
l’onor d’un trono...
Aminta.   Ah! vadan pria del mondo
tutti i troni sossopra. Elisa è stato,
Elisa è il mio pensiero; e, fin che l’alma
non sia da me divisa,
sempre Elisa il sará. Scordarmi Elisa!
Ma sai come io l’adoro?
sai che fece per me? sai come...