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Pagina:Metastasio, Pietro – Opere, Vol. II, 1913 – BEIC 1884499.pdf/197


ATTO SECONDO 191
Emirena. Aimè!
Farnaspe. Non giova
l’avvilirsi, ben mio. Cèlati, intanto
che l’armi io scopro e la cagion di quelle.
Emirena. Che sarà mai! Non mi tradite, o stelle.
(Emirena si nasconde molto indietro, vicino a’ cancelli del
serraglio)
SCENA Vili
Osroa in abito romano con ispada nuda insanguinata, che esce dalla
strada disegnata da Sabina: Farnaspe, e in disparte Emirena.
Osroa. Fra l’ombre adesso a raccontar l’altero
vada i trofei della sua Roma.
Farnaspe. E dove
corri, signor, con queste spoglie?
Osroa. Amico,
siam vendicati. È libera la terra
dal suo tiranno. Ecco il felice acciaro
che Adriano svenò.
Farnaspe. Come!
Osroa. Solea
di questa occulta via talor valersi
l’abborrito romano. Un suo seguace
tnel palesò. Fra questi eroi del Tebro
l’oro ha trovato un traditore. Al varco,
travestito in tal guisa, io l’aspettai,
finché passò col servo, e lo svenai.
Farnaspe. Ma, del nemico invece,
potevi fra quell'onibre
l’altro ferir.
Osroa. No: fu previsto il caso.
Finse cader, quando mi fu vicino,
il servo reo. Con questo segno espresso
Cesare espose, assicurò se stesso.