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za e l’uscire da questa vita con una coscienza tranquilla e piena delle più belle speranze. Il che è certamente una grande cosa: ma non toglie che egli non abbia adempiuto a ciò che vi era di più alto nel suo destino, per non avere trovato un sistema di governo che rispondesse alle sue esigenze. In un governo di questa natura il filosofo si sarebbe svolto anche più completamente e si sarebbe reso utile allo stato ed ai suoi concittadini».

Questo strano ricorso, a tanta distanza di tempi, ha certamente la sua ragione in analogie di condizioni storiche e spirituali, le quali fanno sì che lo studio delle democrazie greche non sia privo di qualche utile insegnamento anche per la nostra età. Ma più che alesarne di queste analogie esso deve richiamarci alla considerazione del problema fondamentale, dinanzi a cui è posta oggi — e non per amore della teoria soltanto — ogni intelligenza speculativa: quale è e può e deve essere razione del pensiero e dei fattori ideali in genere nella vita sociale? La vita della società è un meccanismo cieco di energie inconscie in cui il pensiero non può pretendere ad altra funzione che non sia una sterile contemplazione ironica? Ma se invece al disotto dei meccanismi apparenti e dei fenomeni superficiali della vita collettiva agiscono secrete energie ideali e vive un pensiero, quale è la ragione delle considerazioni melanconiche dei filosofi sulla poca parte che ha la saggezza sulla vita pubblica? Dalla protesta sdegnosa di Platone parrebbe che questa debba essere solo il teatro delle ambizioni interessate dei demagoghi: e tuttavia Platone stesso ha tracciato una costituzione ideale dello stato e si è preoccupato anche (nelle Leggi) di appianarne, con un compromesso, la graduale realizzazione. Egli aveva dunque fede nel trionfo delle idee! Spinoza, che scrive la sua ''Etica'' come si scriverebbe un trattato di geometria e guarda con freddezza rinfuriare delle guerre come si guarderebbe un tumulto di belve inferocite, ha pur lasciato nella sua stessa ''Politica'' l’abbozzo del suo stato ideale: anch’egli credeva dunque che lo stesso ordine necessario dovesse condurre dal conflitto violento delle volontà al regno della giustizia, che è anche forza, anzi la forma più stabile e perfetta della forza. E gli stessi teorici attuali della lotta di classe, per cui i fattori ideali sono pure «ideologie» fanno appello nella pratica, lo voglia o non lo voglia la loro teoria, a quel senso oscuro della giustizia che sta in fondo a