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versi di occasione 301

XXXVII


A FRANCESCO BARONE

intorno alle persecuzioni che il poeta pativa.


     Quanto da quel di pria, Francesco mio,
varia è la nostra etá! Piú, qual solea
non alberga fra noi la bella Astrea,
ma con l’altre compagne al ciel sen gío.
     O, se pur vive in questo secol rio,
non è, qual dianzi fu, vergine dea,
ma meretrice mercenaria e rea,
corrotta da vilissimo desio.
     Le lance, use a librar l’umana sorte
con giusta legge, or da l’usanze prime
per troppo ingorda passion son torte.
     E la spada ch’al cielo dritta e sublime
volgea la punta, in giú rivolta or morte
minaccia a l’egro, e l’innocente opprime.


XXXVIII


NEL FUGGIRE DA NAPOLI

(1600)


     Fuggo i paterni tetti, e i patrii lidi,
ma con tremante piè, mi lascio a tergo,
lasso! e con questi, che di pianto aspergo,
pur voi rimiro, amati colli e fidi.
     I tuoi, sí vuole il ciel, vezzi omicidi,
Sirena disleal, dal cor dispergo;
e caro men, ma piú securo albergo,
peregrino ricerco, ov’io m’annidi.
     Ma che rileva, oimè! girne sí lunge,
se, fuggitivo e misero e lontano,
me mai non lascio, e l’odio altrui mi giunge?
     e s’un bel viso, una leggiadra mano
l’anima, ovunque vo, persegue e punge?
Fortuna empia, empio Amor, vi fuggo invano!