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206 parte quarta

     A questo dir la sconsolata tace,
né ricusa né vòle; e, come quella
che de la fé de l’uomo ha fatta prova,
ritrosa ancor, non volentier consente.
Ma, di Bacco fratello, Amor volando
con sua madre v’accorre; e Citerea,
ch’è del vermiglio dio fidata amica
e da lui scompagnata agghiaccia e torpe,
spenta nel cor di lei l’antica fiamma,
in un punto v’imprime il novo foco;
onde, alfin persuasa, ella s’accende
d’altre faville, e, de’ passati ardori
la memoria in oblio tutta sommersa,
del suo proco divin gli alti imenei
senza repulsa ad accettar si piega.
De l’inno marital cantâro i versi
satiri e fauni, e ne le feste illustri
menâr le ninfe saltataci i balli.
Ma di purpurei fior, d’arabe fronde
agli sposi felici Amor compose
di propria mano le rosate piume.
Vener dal crin, per contentarla a pieno,
preziosa corona allor si tolse:
opra giá di Vulcan, fregiata e ricca
di sette ardenti e fulgidi piropi,
ed, ornandone a lei le bionde trecce,
le ne fe’ largo e generoso dono.
Poi, per compir la gloriosa dote,
vòls’anco il vago immortalarla in cielo;
e, del ciel collocata in que’ confini
lá dove gela il guardian de l’Orse,
cangiò le gemme sue lucenti e belle
in altrettante stelle.