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471.Fece il Re quivi intanto ammaestrarmi
come regio garzon nutrir si debbe.
Ma di fuggir poi gli ozii e seguir Tarmi
anco in me con l’etá la voglia crebbe.
Vezzo, prego o consiglio a distornarmi
da si nobil pensier forza non ebbe.
Cosi dal Ciel guidato e da la Sorte
sconosciuto e notturno uscii di Corte.

472.Giá di paesi e popoli diversi
costumi assai peregrinando ho visti.
Molto errai, molto oprai, molto soffersi
per far d’eterno onor pregiati acquisti.
Poi per l’Egeo tra i flutti e i venti avèrsi
ne venni anch’io, sí come tu venisti.
Quel Borea istesso, che ’l tuo legno spinse,
anco a prender qui porto il mio costrinse.

473.Narrate io t’ho gran meraviglie, e tali
che volto forse avran di favolose;
ond’essendo sí strani i miei natali,
credo che ’l Ciel mi serbi a strane cose.
E certo o di gran beni, o di gran mali
fortune attendo o liete, o dolorose,
secondo che di gioia o di martire
per te m’è dato o vivere, o morire. —

474.Cosí divisa, ed ecco in giú disceso,
mentre queste ragion passan tra loro,
tutto concorre ad onorargli inteso
del celeste Collegio il concistoro.
Lá ’ve in duo petti era egual foco acceso,
con la madre d’Amor venner costoro;
ed ella con sereni occhi ridenti
fe’ l’aria risonar di tali accenti: