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375.Questo di fila d’òr manto tessuto,
che ’n fin al lembo è figurato a stelle,
lá dove tutte han di diamante acuto
fissa al centro una punta e queste e quelle,
tuo fia. Signor, c’hai qui recar saputo
d’arnesi in campo invenzkm sí belle
che non fia mai che ’n giostra altri compaia
con portatura piú leggiadra e gaia.

376.E ’nsieme, a voi, che da’ confini estremi
del nobil Lazio per sí lunghi errori
seco veniste, d’altri pregi e premi
non mancheranno ancor publici onori.
Ma se da farvi al crin degni diademi
palme Idume non ha. Parnaso allori,
di sé s’appaghi il gran valor latino,
Lumi eterni di Marte, e di Quirino. —

377.Tacquesi, ed ecco allor mentre i destrieri
giá giá Febo inchinava al mar d’Atlante,
per diverso camin duo Cavalieri
in un tempo venir, d’alto sembiante.
Dorati ha l’un di lor gli arnesi interi,
sovra l’elmo l’augel del gran Tonante,
e nel tondo d’acciar rampante e dritto
il feroce animai d’Hercole invitto.

378.Viensene assiso in un Giannetto Ibero,
figlio del vento, e ben l’agguaglia al corso.
Zefiro nominato è quel destriero:
picciolo il capo, ed ha solcato il dorso,
raro crin, folta coda, occhio guerriero,
lunato il collo, e sovra ’l petto il morso.
Fremendo il rode, e pien di spirti arditi
squarcia l’aria co’ passi, e co’ nitriti.