Pagina:Marino, Giambattista – Adone, Vol. II, 1977 – BEIC 1871053.djvu/691



247.Erano queste due famose spade,
Enea giá l’una, e l’altra usò Camilla.
Ambe di rara e singoiar bontade,
e quella e questa svincola e sfavilla.
Sí dolce è il taglio, e cosí netto rade,
ch’altri prima che ’l senta il sangue stilla.
Hanno ricche guaine, e le lor daghe
con bei manichi d’or pompose e vaghe.

248.Intanto il Sol s’inchina, e fa passaggio
d’Hesperia a visitar l’estremo lito,
e stanco peregrin, del gran viaggio
avendo il minor circolo fornito,
carta è il Ciel, l’ombra inchiostro, e penna il raggio,
onde cancella il dí, ch’è giá compito,
e ’l fin del lungo corso a lettre vive
d’oro celeste in Occidente scrive.

249.Sparito il Sole, in apparir le stelle
vóto tutto di genti il campo resta.
Chi sotto le frondose e verdi ombrelle
vassene ad alloggiar ne la foresta,
chi del Palagio in queste stanze e ’n quelle
e chi de’ borghi in quella casa e ’n questa;
altri giace in campagna, e ’I giorno attende
tra pergolati, e padiglioni, e tende.

250.Ma giá traea del Gange i biondi crini
lasciando Apollo i suoi dorati alberghi,
e ratto fuor degl’indici confini
ai volanti corsier sferzava i terghi,
per venirsi a specchiar ne’ ferri fini
degli elmi tersi, e de’ lucenti usberghi,
onde sembrava al mattutino lampo
tutto di Soli seminato il campo: