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54 il manzoni e vincenzo monti.

   Invano atro velen sovra il tuo nome
        Sparge l’invidia, al proprio danno industre,
        Da le inquiete sibilanti chiome;
   Ed io puranco, ed io, vate trilustre,
        Io ti seguo da lunge, e il tuo gran lume
        A me fo scorta ne l’arringo illustre.
   E te veggendo su l’erto cacume
         Ascender di Parnaso, alma spedita,
        Già sento al volo mio crescer le piume.
   Forse, ah che spero? io la seconda vita
        Vivrò, se alle mie forze inferme e frali
        Le nove suore porgeranno aita.


Notiamo presso quell’ambizioso io, vate trilustre, quel prudente, ma non meno ambizioso forse tutto manzoniano, messo innanzi al vivrò immortale che ci prenunzia già l’Autore del Cinque Maggio predestinato a sciogliere all’urna del primo Napoleone un cantico

Che forse non morrà.

Quando il Manzoni scrive, nell’anno 1803, al Monti, lo fa già in un tuono di una certa famigliare baldanza che rivela la poca soggezione, e gli dà del voi. Il Monti invitato a dir la sua opinione sopra l’Idillio del Manzoni, gli risponde lodandolo sinceramente, facendo i migliori augurii al giovinetto e dicendogli finalmente: "Io non sono da tanto da poterti fare il dottore." Fra maestro e discepolo un tale linguaggio colpisce. Nella risposta del Monti, il maestro dice che egli ha incominciata la stampa del Persio. Nel marzo dell’anno 1804, il Manzoni si trovava a Venezia e scriveva di là al suo amico Pagani, studente di giurisprudenza a Pavia; nella sua lettera è una parola impa-