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282 il manzoni e la critica.

le regole sono la condizione essenziale del far bene?» E sopra questo argomento della ragionevolezza nell’ammirazione egli ritorna ancora con altre parole: «L’ammirazione pe’ sommi lavori dell’ingegno è certamente un sentimento dolce e nobile; una forza non so se ragionevole, ma tuttavia universale, ci porta a gustare più ancora un tal sentimento, quando gl’ingegni che lo fanno nascere sono nostri concittadini. Ma l’ammirazione non deve mai essere un pretesto alla pigrizia, voglio dire che non deve mai inchiudere l’idea di una perfezione che non lasci più nulla da desiderare nè da fare. Nessun uomo è tale da chiudere la serie delle idee in nessuna materia; e come nelle opere della produzione materiale, così in quelle dell’ingegno, ogni generazione deve vivere del suo lavoro, e risguardarsi il già fatto come un capitale da far fruttare con nuovi trovati, non come una ricchezza che dispensi dall’occupazione.»

Egli scrive dunque a suo modo un libro che si battezza come un romanzo storico; così tuttavia non l’ha battezzato egli; egli ha fatto un libro originale che fu ascritto tra i romanzi originali; ma il suo romanzo storico è tale che si può dire di esso:


     Manzoni il fece e poi ruppe lo stampo.

Vennero numerosi imitatori: nessuno, non esclusi i migliori, come il Varese, il Bazzoni, l’Azeglio, il Grossi, il Cantù, riuscirono a darci un romanzo manzoniano; chi si avvicinò di più, per alcune parti, al tipo, fu Giulio Carcano con la sua Angiola Maria; ma questa, più ancora che i Promessi Sposi, arieggia il