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280 il manzoni e la critica.

scritto una bella lettera scherzosa a monsignor Tosi, conchiude: «Ma io m’accorgo che lo scherzo eccede e che la mia pensata di non dirle seriamente quello che io sento, per timore d’essere poco rispettoso, è stata veramente, com’Ella dice qualche volta, poetica. Perdoni Ella davvero questa scappata d’un cervello che Ella conosce per balzano, la perdoni alla vivezza d’un sentimento che aveva proprio bisogno di sfogo.» Queste parole sono il commento più autentico che si possa desiderare a quel brano veramente poetico dei Promessi Sposi.

Il Manzoni dovea temere i suoi pedissequi, non meno forse che il pericolo d’esser preso egli stesso per un pedante che camminasse sulle traccie altrui. Per i grandi egli aveva un rationabile obsequium; Virgilio, Dante, lo Shakespeare, il Voltaire, il Goethe ammirava, ma sentendosi abbondanza d’ingegno originale, non si provò mai, dopo il Carme per l’Imbonati e l’Urania, ad imitarli. Concepì il romanzo come un lavoro nuovo e sui generis, anzi, tutto proprio, e nell’anno medesimo in cui l’ebbe terminato, che fu, come s’è già detto, il 1823, diresse al marchese Alfieri una lunga lettera sul romanticismo, la quale rimase allora inedita, ma che ci pare molto eloquente. Compiuto un lavoro destinato a diventar classico, ecco in qual modo egli ragionava intorno ai Classici: «Gli antichi, o almeno i più lodati di essi, sono stati appunto eccellenti, perchè cercavano la perfezione nel soggetto stesso che trattavano, e non nel rassomigliare a chi ne aveva trattati di simili; e quindi per imitarli nel senso più ragionevole e più degno del vo-