Apri il menu principale

Pagina:Le opere di Galileo Galilei V.djvu/222

222 istoria e dimostrazioni

nebre notturne; ed accadendoci1 dopo aver non senza qualche meraviglia fissati gli occhi nello splendor della Luna e delle stelle, abbassargli in Terra, restiamo dalla sua oscurità in certo modo attristati, e di lei formiamo una tale apprensione, come di cosa repugnante per sua natura ad ogni lucidezza; non considerando più oltre, come nulla rileva al ricevere e reflettere il lume del Sole la densità oscurità ed asprezza della materia, e che l’illuminare è dote e virtù del Sole, non bisognosa d’eccellenza veruna ne i corpi che devono essere illuminati, anzi più presto sendo necessario il levargli certe condizioni più nobili, come la trasparenza della sustanza e la lisciezza della superficie, facendo quella opaca e questa ruvida e scabrosa: ed io[Se la Luna fosse polita e liscia, non rifletterebbe il lume, nè si vederebbe.] son molto ben sicuro, contro alla comune opinione, che quando la Luna fosse polita e tersa come uno specchio, ella non solamente non ci refletterebbe, come fa, il lume del Sole, ma ci resterebbe assolutamente invisibile, come se la non fosse al mondo; il che a suo luogo con chiare dimostrazioni farò manifesto.

Ma per non traviare dal particolare che ora tratto, dico che facilmente m’induco a credere, che se già mai non ci fosse occorso il veder la Luna di notte, ma solamente di giorno, avremmo di lei fatto il medesimo concetto e giudizio che della Terra: perchè, se porremo cura alla Luna il giorno, quando tal volta, sendo più che ’l quarto illuminata, ella s’imbatte a trovarsi tra le rotture di qualche nugola bianca o vero incontro a qualche sommità di torre o altro muro di color mezzanamente chiaro, quando rettamente sono illustrati dal Sole, sì che della chiarezza di quelli si possa far parallelo col lume della Luna, certo si troverà la lor lucidezza non esser inferiore a quella della Luna; onde se loro ancora potessero mantenersi così illustrati sin alle tenebre della notte, lucidi ci si mostrerieno non meno della Luna, nè men di quella illuminerebbono i luoghi a loro circonvicini, sin a tanta distanza da quanta la lor grandezza non apparisse so minor della faccia lunare; ma le medesime nugole e l’istesse muraglie, spogliate de’ raggi del Sole, rimangono poi la notte, non men

8. deveno, s — 19. avremo 13, s — 25-26. quelli col lume della Luna si possa far parallelo, certo, A, B; in B è corretto conforme alla lezione della stampa. — 28. mostrerrieno, B, s —
  1. Da «ed accadendoci» a «che se già mai» (lin. 18) nel cod. A è scritto sul margine, e sostituito a «e facilmente crederò che se già mai», che è cancellato. Nel cod. B il tratto sostituito fu trascritto al suo posto.