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Pagina:Le opere di Galileo Galilei V.djvu/220

220 istoria e dimostrazioni

manga luogo di poter dubitare del rivolgimento del globo solare in sé medesimo. E tale è la connession de’ veri, che di qua poi corrispondentemente ne seguita la contiguità delle macchie alla superficie del Sole, e l’esser dalla sua conversione menate in volta; non apparendo veruna probabil ragione, come esse (quando fossero per molto spazio separate dal Sole) dovessero seguitare il di lui rivolgimento.

Restami ora il considerare alcune consequenze che Apelle va deducendo dalle cose disputate: la somma delle quali par che tenda [fa. 25, nel fine; fac. 31, ver. 25.[pag. 53, lin. 13]] al sostentamento di quel ch’egli si trova avere stabilito nelle sue prime lettere, cioè che tali macchie in fine altro non sieno che stelle vaganti intorno al Sole; perchè non solamente e’ torna a nominarle stelle solari, ma va accomodando alcune convenienze e requisiti tra esse e l’altre stelle, acciò resti tolta ogni discrepanza e ragione di segregarle’ dalle vere stelle. Per tal rispetto, ed anco per applauder alle mie montuosità lunari (del quale affetto io gli rendo grazie), dice che tal mia opinione non è improbabile, scorgendosi anco l’istesso nella [fac. 26. ver. 1; fac. 34, ver. 26, [pag. 53, lin. 13]] maggior parte di queste macchie; ragione, in vero, che congiunta con le altre dimostrazioni ch’io produco, doverà quietare ogn’uno.

[Nelle stelle non sono abitatori nostrali.] Che il parer di quelli che pongono abitatori in Giove, in Venere, in Saturno e nella Luna sia falso e dannando, intendendo però per abitatori gli animali nostrali e sopra tutto gli uomini, io non solo concorro con Apelle in reputarlo tale, ma credo di poterlo con [fac. 26, ver. 2; fac. 34, ver. 27. [pag. 53, lin. 14]] ragioni necessarie dimostrare. Se poi si possa probabilmente stimare, nella Luna o in altro pianeta esser viventi e vegetabili diversi non solo da i terrestri, ma lontanissimi da ogni nostra immaginazione, io per me né lo affermerò né lo negherò, ma lascerò che più di me sapienti determinino sopra ciò, e seguiterò le loro determinazioni; sicuro che sieno per esser meglio fondate della ragione addotta da Apelle in questo luogo, cioè che sarebbe assurdo il mettergli in tanti

20-29. e dannando, io non solo concorro con Apelle in reputarlo tale; ma che ne uomini ne altri animali nostrali naschino altrove che in Terra, credo di poterlo con ragioni necessarie concludere, e per avventura non meno efficaci di quella che Apelle adduce in questo luogo, dicendo che sarebbe assurdo, A,B. In A è cancellato da «io non solo» a «dicendo che», ed in margine è sostituita la lezione che troviamo nella stampa, però con alcune differenze, delle quali queste sono le più notevoli: 23. necessarie concludere. Se; 23-24. probabilmente credere, nella; 24. vegetabili diversissimi; 25. ma da ogni; 26. io ne lo affermerò; 26-27. che di me più sapienti; 2S. fondate che la ragion1
  1. Anche in questi particolari le diffrenze che la stampa presenta sono dovute a Galileo, il quale con la lettera del 25 gennaio 1613 mandò a Federico Cesi la lezione delle linee 20-29, del tutto conforme a quella della stampa.