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che saltavano, si sentivano strascicate sul lastrico le sciabole francesi; e i municipali (io in mezzo a loro) stavano ritti e silenziosi sulla loro loggia, come quei vecchi cadaveri appena disotterrati, che aspettano un solo buffo d’aria per cadere in polvere. Leopardo m’accompagnò a quella festa, e si morsicava le labbra come un arrabbiato. In una loggia rimpetto a noi sua moglie sedeva vicina a Raimondo, mettendo in mostra tutte le smorfie veneziane, che aveva saputo aggiungere alle sue in una settimana di tirocinio.

Passavano i giorni tristi, monotoni, soffocanti. Mio padre era tornato grullo come un turco; egli non parlava che colla sua serva a sgrugnate e a monosillabi; sbatteva raramente la saccoccia delle doble, e non mi seccava più coi panegirici della Contarini. I Frumier stavano imbucati nel loro palazzo quasi per paura di qualche aria pestilenziale; soltanto Agostino compariva qualche volta al caffè delle Rive per recitare altamente il suo credo giacobinesco. Egli era fra quelli che credevano alla durata del dominio francese; e speravano racquistare per amore o per forza un grado almeno della perduta importanza. Lucilio passava come un’ombra da casa a casa: si vedeva il medico che non tien più conto nè della propria vita nè dell’altrui, e attende a guarire più per abitudine, che per convinzione di operare così qualche bene a vantaggio dell’umanità. Leopardo diventava sempre più cupo e taciturno; l’ozio finiva di consumargli lo spirito; egli non faceva pompa dei proprii dolori, ma si accontentava di morirne oncia ad oncia. Raimondo e la Doretta non gli badavano punto; diventavano sfrontati a segno, da recitare in sua presenza qualche scenetta di gelosia. Egli si cacciava allora la mano nel petto e la traeva colle unghie lorde di sangue; tuttavia le rughe marmoree della sua bella fronte coperta di nuvole non si risentivano guari di nulla. Unico ristoro gli era il versar nel mio seno non i suoi dolori, ma le fatali rimembranze