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menti eroici, e la pazienza del Navagero. Il conte Rinaldo, che rade volte compariva nella camera di sua madre, usciva in qualche moto di stizza a vedermi tortoreggiare dinanzi a sua sorella. Anch’egli, poveretto, dava addosso al cane con tutti gli altri; ed io non mi convertiva d’un punto, persuaso persuasissimo di esser tutto nella mia segreteria, e di non pensare alla Pisana, né al suo matrimonio.

Gli affari della casa di Fratta s’imbrogliavano peggio che mai. La signora contessa giocava sempre accanitamente, e quando non c’erano denari ne cercava al Monte di Pietà. La filosofia del contino e la spensieratezza della Pisana non se ne incaricavano punto; e credo che sua eccellenza Navagero fosse destinato secondo essi a raccomodare tutti quegli sdrucii. Quello che mi maravigliava assaissimo si era la dimestichezza che continuava fra la contessa e mio padre, benché questi non avesse allentato d’un punto le cordicelle della sua borsa, e avesse attraversato con mille modi il disegno che covava la contessa di un buon matrimonio fra me e la Pisana. Io aveva capito così in ombra che a mio padre non garbavano questi progetti, e che egli senza parlarmene indovinava la mia propensione e studiavasi di sviarla. Ma come aveva poi fatto a contrastare le mire della contessa serbandosele in grazia lo stesso? Ecco quello che m’ingegnai di chiarire; e scopersi bel bello ch’egli era stato il sensale dello sposalizio col cugino Navagero, e che la mia sfortuna io la doveva sopratutto a lui. Quanto a me, egli, il vecchio negoziante, aveva delle alte idee; una donzella ricchissima della famiglia Contarini gli sarebbe piaciuta per nuora, e non mancava di darmi qualche colpetto di tanto in tanto perchè io la distinguessi fra le molte ragazze, le quali (bando alla superbia) non avrebbero sdegnato a quel tempo di unire il mio al loro nome. Tutti gli attori hanno sulle scene del mondo la loro