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che il nobiluomo Navagero per la sua tosse, e la Pisana per la confusione, non aveano tempo da perdere in chiacchiere. Confesso che l’amore della libertà, l’ambizione e tutti gli altri grilli, ficcatimi in corpo dalla generosità della stessa mia indole e dai raggiri di mio padre, fuggirono via, come cani scottati da un rovescio d’acqua bollente. La Pisana mi rimase in mente sola e regina; mi pentii, mi compunsi, mi disperai di averla trascurata per tutto quel tempo, e m’accorsi che io era troppo debole o viziato per trovare la felicità nelle grandi astrazioni. Benedetto quello stato civile dove gli affetti privati sono scala alle virtù civili; e, dove l’educazione morale e domestica prepara nell’uomo il cittadino e l’eroe! Ma io era nato da un’altra fungaja; i miei affetti contrastavano pur troppo fra loro, come i costumi del secolo passato colle aspirazioni del presente. Malanno che si perpetua nella gioventù d’adesso, e di cui si piangono i guasti, senza pensare o senza poter provvedere al rimedio.

Quando osai rivolgere gli occhi alla fanciulla, sentii come un impedimento che me li faceva stornare; erano gli sguardi freddi e permalosi del frollo fidanzato che erravano dal volto della Pisana al mio coll’inquietudine dell’avaro. Vi sono certe occhiate che si sentono prima di vederle; quelle di sua eccellenza Navagero ferivano direttamente l’anima, senza incomodare il nervo ottico. Però mi incomodavano tutto quanto per modo, che dovetti ricorrere per ultimo e disperato rifugio al viso raggruzzolito della contessa. Costei appariva così raggiante di contentezza, che ne arrabbiai a tre tanti e finii col perder la bussola affatto. Un imprudente che appicca lite in un crocchio dove tutti gli stanno contro, sarebbe in una condizione migliore assai della mia d’allora. La Pisana col suo riserbo quasi beffardo mi inveleniva peggio degli altri. Stava per alzarmi, per scappar via disperato a sfogare dovecchessia il mio