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I fantasmi non sono paurosi a chi ama per sempre. Ricordai le belle e semplici parole di Leopardo; rividi la fontana di Venchieredo, e la leggiadra Ninfa che vi bagnava l’un piede increspando coll’altro il sommo dell’acqua; udii l’usignuolo intonare un preludio, e un concento d’amore sorgere da due anime, come da due strumenti di cui l’uno ripete in sè i suoni dell’altro. Vidi uno splendore di felicità e di speranza diffondersi sotto quel fitto fogliame d’ontani e di salici... Indi gli sguardi tornarono da quei remoti prospetti fantastici alle cose reali che mi stavano dintorno: rimirai con un tremito quel cadavere che mi dormiva appresso. Ecco un’altra felicità, ahi quanto diversa!... Dopo la luce le tenebre, dopo la speranza l’obblio, dopo il tutto il nulla; ma fra nulla e tutto, fra obblio e speranza, fra tenebre e luce quanta vicenda di cose, quanto fragore di tempesta e sguiscio di fulmini! Si armi di costanza e di rassegnazione il piloto per trovare un porto in quel pelago vorticoso e sconvolto; alzi sempre gli occhi al cielo, ed anche traverso alle nuvole e al velo luttuoso della procella traveda sempre colla mente lo splendore delle stelle. Passano le navi, ora calme e leggiere come cigni sull’onda d’un lago, or risospinte ed agitate, come stormo di pellicani tra il contrario azzuffarsi dei venti; sorgono i flutti minacciosi al cielo, si sprofondano quasi a squarciare le viscere della terra, e si stendono poi graziosi e tremolanti all’occhio del sole, come serico manto sulle spalle di una regina. L’aria si annebbia grave e cinerea; s’empie di nubi, di burrasche, di tuoni, nera come l’immagine del nulla nella notte profonda, grigia come la chioma scapigliata delle streghe nel trasparente biancheggiar del mattino. Indi la brezza profumata spazza via come larve sognate quelle apparizioni spaventose; il cielo s’incurva azzurro, tranquillo e sereno, e non ricorda e non teme più l’assalto dei mostri aereiformi. Ma cento milioni di miglia sopra