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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/76


capitolo primo. 49

proverbio, che non fiorisce rosa senza spine. Quando capitavano al castello signori del vicinato coi loro ragazzini ben vestiti e azzimati, e con collaretti stoccati e berrettini colla piuma, la Pisana lasciava da un canto me per fare con essi la vezzosa; e io prendeva un broncio da non dire a vederla fare passettini e torcere il collo come la grù, e incantarli colla sua chiacchierina dolce e disinvolta. Correvo allora allo specchio della Faustina a farmi bello anch’io; ma ahimè che pur troppo m’accorgevo di non potervi riescire! Avevo pelle nera e affumicata come quella delle aringhe, le spalle mal composte, il naso pieno di graffiature e di macchie, i capelli arruffati e irti intorno alle tempie come le spine d’un istrice e la coda scapigliata come quella d’un merlo scappato dalle vischiate. Indarno mi martirizzavo il cranio col pettine sporgendo anche la lingua per lo sforzo e lo studio grandissimo che ci metteva: quei capelli petulanti si raddrizzavano tantosto più ruvidi che mai. Una volta mi saltò il ticchio di ungerli come vedeva fare alla Faustina, ma la fatalità volle che sbagliassi boccetta, e invece di olio mi versai sul capo un vasetto d’ammoniaca ch’essa teneva per la convulsione, e che mi lasciò per tutta la settimana un profumo di letamaio da rivoltar lo stomaco. Insomma nelle mie prime vanità fui ben disgraziato, e anzichè rendermi aggradevole alla piccina, e stoglierla dal civettare coi nuovi ospiti, porgeva a lei e a costoro materia di riso, ed a me nuovo argomento di arrabbiare e anche quasi d’avvilirmi. Gli è vero che partiti i forestieri la Pisana tornava a compiacersi di farmi da padroncina, ma il malumore di cotali infedeltà tardava a dissiparsi, e senza sapermene liberare, trovava troppo varii i suoi capricci, e un po’ anche dura la sua tirannia. Ella non ci badava la cattivetta. Avea forse odorato la pasta di cui ero fatto, e raddoppiava le angherie ed io la sommissione e l’affetto; poichè in alcuni esseri la devo-

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