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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/65

38 le confessioni d’un ottuagenario.

è cosa detta e ridetta le cento volte, provata provatissima, che petto contro petto uno de’ nostri tien forte, e fa voltar le spalle a qualunque fortissimo di ogni altra nazione. Invece pur troppo non v’è nazione dalla quale con più fatica che dalla nostra si possa levare un esercito e renderlo saldo e disciplinato come è richiesto dall’arte militare moderna. Napoleone peraltro insegnò a tutti, una volta per sempre, che non fallisce a ciò il valor nazionale, sibbene la volontà e la costanza dei capi. E del resto di tal nostra ritrosia ad abdicare dal libero arbitrio, oltre all’indole indipendente e ragionatrice abbiamo a scusa la completa mancanza di tradizioni militari. Ma di ciò basta in proposito ai giurisdizionali di Fratta; e quanto al loro tremare nel cospetto delle autorità non è nemmen d’uopo soggiungere che non tanto era effetto di pusillanimità, quanto della secolare reverenza e del timore che dimostra sempre la gente illetterata per chi ne sa più di lei. — Un cancelliere che con tre sgorbii di penna poteva a suo capriccio gettar fuori di casa in compagnia della miseria e della fame due, tre, o venti famiglie, doveva sembrare a quei poveretti qualche cosa di simile ad uno stregone. Ora che le faccende in generale camminano sopra norme più sicure, anche gli ignoranti guardano la giustizia con miglior occhio, e non ne prendono sgomento come della sorella della forca dell’oppignorazione.

In compagnia delle persone di casa che ho nominata fin qui, il piovano di Teglio, mio maestro di dottrina e di calligrafia, usava passar qualche ora sotto la cappa del gran camino, rimpetto al signor Conte, facendogli delle gran riverenze ogni volta ch’esso gli volgeva la parola. L’era un bel pretone di montagna poco amico degli abatini d’allora, e bucherellato dal vaiuolo a segno, che le sue guancie mi fecero sempre venire in mente il formaggio stracchino, quando è ben grasso e pieno di occhi, come di-