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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/55

28 le confessioni d’un ottuagenario.

esser morto di fame. Con quanto diritto egli si dolesse, io non voglio giudicare; so peraltro che l’inquisizione di uno più rei portava in tariffa la paga di lire una, equivalente a centesimi 50 di franco. Io credo che non si potesse assicurare ai sudditi una giustizia più a buon mercato; ma l’è della giustizia come dell’altra roba, che chi più spende meno spende; ed i proverbii rade volte hanno torto. Così anche avveniva delle lettere, che il porto di una di esse nei confini del Friuli si pagava soldi tre; e l’era una bazza con quella diavoleria di strade: ma che cosa importa se si doveva scriverne dieci per farne arrivar una; ed anco questa non giungeva che per caso, e spesse volte inutile per la tardanza? In fin dei conti sotto un certo aspetto che m’intendo io non hanno torto coloro che benedicono San Marco; ma sotto mille aspetti diversi da quell’uno io benedico tutti gli altri Santi del Paradiso, e lascio in tacere il quarto Evangelista col suo Leone. Son vecchio, ma non innamorato della vecchiaja; e dell’antichità venero la lunghezza ma non il colore della barba.

Certo, per coloro che aveano ereditato molti diritti e pochi doveri e intendevano continuare l’usanza, San Marco era un comodissimo patrono. Nessun conservatore più conservatore di lui: neppure Metternich e Chateaubriand. Quale il Friuli gli era stato legato dai patriarchi d’Aquileia, tale l’avea serbato colle sue giurisdizioni, coi suoi Statuti, coi suoi Parlamenti. Fantasma di vita pubblica che covava forse dapprincipio un germe di vitalità, ma che sotto le ali del leone finì da ultimo a non altro, che a nascondere una profonda indifferenza, anzi una stanca rassegnazione agli ordini invecchiati della Repubblica. Le effimere scorrerie dei Turchi, sul finire del quattrocento, avevano empiuta quell’estrema provincia d’Italia d’una paura sterminata, quasi superstiziosa; sicchè la dedizione a Venezia parve una fortuna, come antica trionfatrice che quella