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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/53

26 le confessioni d’un ottuagenario.

eroe di Candia, vedeva con raccapriccio questa genia, diceva egli, di scorribanda irregolare; e tanto erasi adoperato presso il Conte che gli avevano relegati in un camerotto vicino alla stalla, e lo stesso Marchetto cavallante, che all’occorrenza n’era il capo, non poteva entrare in cucina senza depor prima nell’andito le pistole e il coltellaccio. Il Capitano di questo suo raccapriccio adduceva il motivo stesso introdotto dai signori Sindaci, cioè che cotali armi sono abbominevoli ad ogni genere di milizia. Egli diceva di aver più paura d’un coltello che d’un cannone; e questo poteva esser vero a Fratta, dove non s’erano mai veduti cannoni.

Accomodata un po’ all’ingrosso quella difficile materia delle armi, si accinsero i Signori Sindaci a regolare quella non meno importante delle monete; ma la prima stava loro troppo a cuore ed era turbata da troppi disordini, perchè non vi dovessero tornar sopra tantosto. Infatti nello stesso anno tornarono a ribadir il chiodo del divieto di portar armi a chi non fosse munito della voluta licenza, estendendolo anche a questi nelle feste sagre o pubbliche solennità, coll’avvertenza, che intorno a tali mancanze si riceveranno denunzie segrete con promessa di segretezza e premio di Ducati 20 al denunciante. — Come si vede, questa faccenda premeva assaissimo al Maggior Consiglio, per cui autorità i signori Sindaci buttavano fuori proclami sopra proclami. Ma l’esuberanza appunto era indizio d’effetto mediocre. Infatti non era facile il sindacato delle armi in una provincia, divisa e suddivisa da cento diverse giurisdizioni soprapposte e intersecate le une dalle altre; contermine a paesi stranieri come il Tirolo e la Contea di Gorizia; solcata ad ogni passo da torrenti e da fiumane sulle quali scarseggiavano non che i ponti, le barche; e fatta dieci volte più vasta che ora non sia da strade distorte, profonde, infamissime, atte più a precipitare che ad aju-