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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/502


capitolo decimo. 475

zia sarà fatta... ma nel frattempo restate in piazza tranquilli ad aspettarmi.

— In piazza, in piazza!... Viva il signor Carlino! viva l’Avogadore!... Abbasso san Marco!... Viva la libertà! —

In tali grida la folla rovinò tumultuosa verso la piazza, a saccheggiare qualche botteguccia di panettiere e d’erbivendola; ma il chiasso era maggiore della fame e non ci furono guai. Alcuni de’ più diffidenti rimasero per vedere se il vice-capitano atteneva le sue promesse: io scavalcai con tutto il piacere, consegnai il ronzino ad uno di loro, e attesi alla porta che mi aprissero. Infatti con ogni accorgimento di prudenza un caporale di Schiavone aperse una fessura, ed io v’entrai di sbieco; e poi si rimisero le sbarre e i catenacci come se proprio volessero tenermi prigione. Quel fracasso di serramenti e di chiavistelli mi diede un qualche sospetto, ma poi mi ricordai di essere un personaggio importante, un avogadore, e salii le scale a testa ritta e col braccio inarcato sul fianco, come appunto se avessi in tasca tutto il mio popolo pronto a difendermi. Il capitano rientrato premurosamente dalla loggia, mi aspettava in una sala fra una combriccola di scrivani e di sbirri, che non mi andò a sangue per nulla. Egli non aveva più quella cera umile e compiacente mostrata alla turba un cinque minuti prima. La fronte arcigna, il labbro arrovesciato, e il piglio sbrigativo del vice-capitano non ricordavano per nulla il pallore verdognolo, gli sguardi errabondi, e il gesto tremante della vittima. Mi venne incontro baldanzosamente chiedendomi:

— Di grazia, qual è il suo nome? —

Io lo ringraziai fra me di avermi sollevato dalla pena di interrogare il primo, giacchè proprio non avrei saputo a qual chiodo appiccarmi. Così stuzzicato nel mio amor proprio, alzai la cresta come un galletto.

— Mi chiamo Carlo Altoviti, gentiluomo di Torcello,