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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/492


capitolo decimo. 465

un saccheggio, una rovina universale. Le case rimanevano abbandonate, i castelli si asserragliavano contro le soperchierie degli sbandati e dei disertori; si sotterravano i tesori delle chiese; i preti si vestivano da contadini, o fuggivano nelle lagune. Già da Brescia, da Verona, da Bergamo le crudeltà, gli stupri, le violenze si scrivevano, si lamentavano, si esageravano; l’odio e lo spavento s’alternavano nell’ugual misura, ma il secondo invigliacchiva il primo. Tutti fuggivano senza ritegno, senza pudore, senza provvidenza di sè e della famiglia. Il capitano e la signora Veronica scappavano, credo, a Lugugnana, dove si nascosero presso un pescatore in un isolotto della laguna. Monsignore non andò più in là di Portogruaro, perchè il digiuno lo spaventava più ancora di Bonaparte. Fulgenzio e i suoi figliuoli erano scomparsi, Marchetto essendo malato s’era fatto trasportare all’Ospedale. Ebbi un bel dire e un bel che fare a trattenere la Faustina che non la mi lasciasse solo colla vecchia contessa; mi restavano poi l’ortolano e il castaldo, che non avendo forse nulla da perdere non s’affrettavano tanto a mettersi in salvo. Ma così non poteva stare; tanto più che i birbaccioni dei dintorni, assicurati dal comune spavento imbaldanzivano, e mettevano a ruba or questo or quello dei luoghi più appartati e mal difesi. D’altra parte non era sicuro nè dell’ortolano, nè del castaldo, nè meno che meno della Faustina; e così risolsi, prima che il pericolo stringesse maggiormente, di far una corsa a Portogruaro a chiedervi soccorso. Sperava che il vice-capitano mi avrebbe concesso una dozzina di quegli Schiavoni che capitavano tutti i giorni, avviati a Venezia, e che monsignor Orlando mi avrebbe procurato una donna, un’infermiera da porre al letto di sua madre. Misi dunque la sella al cavallo di Marchetto che poltriva nella scuderia da una settimana, e via di galoppo a Portogruaro.

Le notizie, signori miei, non avevano a quel tempo nè