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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/488


capitolo decimo. 461

glia, e perduto che hanno di vista la guida, siedono comodamente ad aspettarne un’altra che forse non verrà mai. Animo dunque! non dico male di nessuno, ma scrivendo pensate che molti vi abbiano a leggere. E così allora si vedrà la nostra letteratura porgere maggior aiuto che non abbia dato finora al rinnovamento nazionale.

E la lettera della Pisana dove l’ho lasciata? — Fidatevi: sono un girellone, ma dàlli dàlli, alle lunghe ci torno. La lettera della Pisana l’ho ancora qui insieme alle altre nel cassetto più profondo del mio scrittoio; e se ne avessi voglia potrei farvi assaggiare qualche fioretto di lingua d’un gusto molto bizzarro; ma vi basterà sapere che la mi dava notizia della Clara sempre novizia in convento e un po’ anche di Lucilio, il quale faceva molto parlare di sè a Venezia col suo fanatismo pei Francesi. Se costoro davano volta gli si pronosticava una brutta fine.

Ma di dar volta non se la sognavano nemmeno quegli invasati Francesi d’allora! La guerra contro di loro s’era impiccolita: soltanto l’Austria e il Piemonte duravano in campo; e così ridotta essi la sostenevano con miglior animo e con maggiori speranze di prima. Peraltro non accaddero grandi novità fino all’inverno, e allora chi le ebbe se le tenne; quello che doveva inventar la guerra d’ogni mese non aveva fatto ancora capolino dalle Alpi, e le nevi intimarono il solito armistizio. Quell’inverno fu il più lungo e il più tranquillo che passassi in mia vita. Le cure del mio uffizio mi tenevano occupato assiduamente. Fuori di quelle, il pensiero della Pisana mi martellava sempre; ma la sua lontananza se aggiungeva melanconia, toglieva anche acerbità al mio cordoglio, sempre per trovare qualche ristoro nell’idea di aver fatto e di fare il mio dovere. Giulio Del Ponte mi scrisse un paio di volte; lettere balzane e sibilline, vere lettere d’un innamorato ad un amico. Dalle quali comprendeva benissimo ch’egli non era felice pienamente;