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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/472


capitolo nono. 445

rimorso; mi pareva ch’egli avesse diritto di chiamarmi amico sleale e traditore, e che la Pisana avesse fiutato meglio di me la innata viltà del mio cuore, quando aveva sospettato che non pel bene di Giulio ma pel mio io cercassi distoglierla affatto dal Venchieredo. Eppure quella sete inesauribile, quel diritto che ci sembra avere a un’ombra almeno di felicità, combatteva sovente cotesti scrupoli. Quando mai era io stato l’amico di Giulio? Non era anzi egli stato il primo a romper guerra con me, rubandomi l’affetto della Pisana, o almeno attirandone a sè la parte più fervida e bramata? Qual amante sfortunato non ha aperto l’adito alla rivincita e non se ne giova? E poi non aveva io adoperato verso di lui con ottime intenzioni? Se queste intenzioni, in mano della fortuna le avean servito per favorir me, doveva io confessarmi colpevole, o non piuttosto approfittar della mia ventura, giacchè me ne cadeva il destro? — La coscienza non s’acquetava a questi argomenti. — È vero, — rispondeva, — è vero che non vi è ragione alcuna per cui tu debba essere l’amico di Giulio: ma quante cose non accadono senza apparente ragione? La stima, la somiglianza delle indoli, la compassione, la simpatia generano l’amicizia. Il fatto sta che per quanto tu dovessi piuttosto odiar Giulio, appena arrivato da Venezia, la sua miseria, i suoi tormenti te lo hanno fatto amare; gli dimostrasti affetto d’amico; tanto basta perchè tu debba allontanare perfino il solo dubbio che le tue profferte d’allora non fossero sincere. Hai avuto rimorso del suo smarrimento per conto della Pisana, e non vuoi averlo per te?... Vergogna! Impari le sofisticherie dell’avvocato Ormenta, e a non essere galantuomo colla pretesa di parerlo. Volevi che la Pisana sacrificasse il Venchieredo per la salute di Giulio, or dunque adesso sacrifica te, o ti dichiaro un codardo! —

Quest’ultima intemerata della mia padrona mi persuase. A poco a poco con mille accorgimenti, con mille sforzi