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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/441

414 le confessioni d’un ottuagenario.

per l’eguaglianza, per la verità e per la virtù! L’umanità unificata vuol regnar sola: noi saremo i suoi banditori! —

Io strinsi la mano all’amico senza dire parola; ma l’anima mia era tutta con lui; non avea più pensiero che non volasse anelando incontro a quelle immense speranze. Giustizia, verità, virtù! le tre stelle che governano il mondo spirituale, e lungi da esse ogni cosa s’abbuia, ogni cuore trema o si corrompe! Io le vedeva sorgere come una costellazione divina sul mio orizzonte; tutto l’amore di cui era capace tendeva ad esse con impeto irresistibile. Ancora una nebbia da diradarsi, ancora un battere d’ala in quel cielo profondo, e la mia religione era trovata, il mio cuore tranquillo per sempre. Ma quella nebbiolina era come quelle frazioni infinitesimali che impiccoliscono sempre senza svanir mai; quella luce era tanto lontana, che quando appunto credeva di lambirne l’atmosfera infocata, un nuovo spazio d’aria si frammetteva fra me e lei. Molte volte discorsi poi con Amilcare di tali mie dubbiezze; ed egli mi assicurava che provenivano da difetto di meditazione; io credo anzi che l’aver guardato di primo colpo, senza affaticarmi troppo le ciglia a voler vedere quello che non è, mi giovasse a scoprire quello che veramente era. Giustizia, verità, virtù! Tre ottime cose; tre parole, tre idee da innamorare un’anima fino alla pazzia e alla morte; ma chi le avrebbe recate di cielo in terra, per usar l’espressione di Socrate? — Questa era la spina del mio cuore; e non la capiva allora così chiaramente, ma la mi doleva a sangue. Nuove istituzioni, nuove leggi, diceva Amilcare, formano uomini nuovi. Ma a volerlo anche credere, chi ci avrebbe dato queste ottime istituzioni, queste leggi eccellenti? Non certo gli inetti e spensierati governanti d'allora. Chi dunque?... Una gente nuova, giusta, virtuosa, sapiente; e dove e come trovata? e come portata a capo della cosa pubblica?... In verità io ci avrei capito poco ora, che di quel guazzabuglio mi do