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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/43

16 le confessioni d’un ottuagenario.

tesoro mio. Sono tribolazioni queste che bisogna offrirle al Signore per farsi sempre più degni di lui; — gli andava dicendo la mamma.

Il fanciullo si consolò a queste promesse; ed ecco perchè il conte Orlando in onta al nome di battesimo, e a dispetto della contrarietà paterna era divenuto monsignor Orlando. Ma per quanto la curia fosse disposta a favorire la divota ambizione della contessa, siccome Orlando non era un’aquila, così non ci vollero meno di dodici anni di seminario ed altri trenta di postulazione per fargli toccar la mèta dei suoi desiderii; e il conte ebbe la gloria di morire molti anni prima che i fiocchi rossi gli piovessero sul cappello. Peraltro non si può dire che l’abate perdesse alla lettera tutto quel tempo di aspettativa. Prima di tutto ci avea preso intanto una discreta pratica del messale; e poi la gorgiera gli si era moltiplicata a segno, da poter reggere a paragone col più morbido e fiorito de’ suoi nuovi colleghi.

Un castello che chiudeva fra le sue mura due dignità forensi e clericali come il cancelliere e monsignor Orlando, non dovea mancare della sua celebrità militare. Il capitano Sandracca voleva essere uno schiavone ad ogni costo, sebbene lo dicessero nato a Ponte di Piave. Certo era l’uomo più lungo della giurisdizione; e la dea della grazia e della bellezza non avea presieduto alla sua nascita. Ma egli perdeva tuttavia una buona ora ogni giorno a farsi brutto tre volte più che non l’avesse fatto natura; e studiava sempre allo specchio qualche foggia di guardatura e qualche nuovo arricciamento di baffi che gli rendesse il cipiglio più formidabile. A sentir lui, quando avea vuotato il quarto bicchiere, non era stata guerra dall’assedio di Troia fino a quello di Belgrado dove non avesse combattuto come un leone. Ma svampati i fumi del vino, si riduceva colle sue pretese a più oneste proporzioni. S’accontentava di raccon-