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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/421

394 le confessioni d’un ottuagenario.

splendide e sonanti parole, che prima mi balenavano alla mente con quei grandi fantasmi d’umanità, di religione, di sacrifizio, di fede che popolano così volentieri i mondi sognati dai giovani. Capiva che, o bene o male, entrava in una sfera nuova per me, dov’io non era che un atomo intelligente avvolto in un’opera sublime e misteriosa. Con quali mezzi, a qual fine? — Non lo sapeva per fermo; ma fine e mezzi soverchiavano d’assai le mie preoccupazioni erotiche, i miei fanciulleschi rammarichi. Invitato a mostrarmi cristiano, mi sentiva uomo nell’umanità, e ingigantiva.

— Questo in quanto a religione, — seguitava con veemenza il reverendo padre. — In quanto alla vostra qualità di cittadino, le condizioni sono consimili. Non caleva il pensarci, e ogni opera individuale cadeva al suo posto nel gran meccanismo sociale, quando tutti s’accordavano nel rispetto tradizionale alla patria e alle sue istituzioni. La patria, figliuol mio, è la religione del cittadino: le leggi sono il suo credo, guai a chi le tocca! Convien difendere colle parole, colla penna, coll’esempio, col sangue l’inviolabilità de’ suoi decreti, retaggio sapiente di venti, di trenta generazioni! Ora, pur troppo, una falange latente e instancabile di devastatori tende a mettere in dubbio ciò che il tribunale dei secoli ha sancito vero, giusto, immutabile. Conviene opporsi, figliuol mio, a tanta barbarie che prorompe; conviene rendere ai nemici quel danno stesso che cercano portare a noi, seminando fra loro la corruzione, la discordia. Il male contro il male va adoperato coraggiosamente; alla maniera dei chirurghi. Se no, cadremo certamente; cadremo, amici e nemici, in potere di quei maligni, che predicano un’insensata libertà per imporci la vera servitù: la servitù a’ codici immorali, temerarii, tirannici, la servitù alle passioni nostre ed altrui, la servitù dell’anima a profitto di qualche maggior godimento terreno e passeg-