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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/345

318 le confessioni d’un ottuagenario.

— Mi ascolti, padre reverendo, — continuò, tirandosegli ben vicina all’orecchio, benchè monsignore di Sant’Andrea la fulminasse con due occhi di basilisco dal suo tavolino di picchetto. — Non è vero che al primo comparire del signor Raimondo, da queste parti si mormoravano contro di lui... certe cose... certe cose...

La contessa balbettava, quasi sperando che l’ottimo padre le porgesse quella parola che le mancava; ma questi stava, come si dice, in guardia e rispose a quel balbettamento con un’attitudine di maraviglia.

— La mi capisce, — continuò la contessa; — io non accuso già nessuno, ma ripeto quello che diceva la gente. Pareva che il signor Raimondo non dimostrasse inclinazioni molto esemplari... Già ella sa che a questo mondo i giudizii si precipitano; e che sovente le sole apparenze...

— Pur troppo, pur troppo, cara contessa; — la interruppe con un sospirone il reverendo — crederebbe ella che nè io nè lei siamo al sicuro contro questo orco maledetto della calunnia? —

La signora si pizzicò le labbra coi denti, e palpò se i nastrini della cuffia erano al loro posto. Avrebbe anche voluto diventar rossa, ma per ottenere questo effetto convenne che la si decidesse a tossire.

— Cosa dice mai; padre reverendo? — continuò ella sommessamente — la mi creda che da centomila bocche una voce sola s’accorda a celebrare la sua santità... Quanto a me poi son troppo piccola e brutta cosa perchè...

— Eh contessa, contessa!... ella vuol burlarsi di me. Una gran dama, ai tempi che corrono, compera agli occhi del mondo un intero seminario di preti, ed esse sole hanno il privilegio di far parlare o in bene o in male le intere città. Quanto a noi, è troppo se degnano renderci il saluto. —

La contessa, troppo boriosa per lasciar cadere un com-