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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/344


capitolo settimo. 317

finito di prendere il caffè, per ricevere la tazzina. Il reverendo padre posò sul giovane una simile occhiata, raggiante in pari proporzioni di affetto e di umiltà.

— Ha ben ragione, signora contessa — rispose egli: — son proprio fortune; poichè del resto il precettore ha ben poca parte nei meriti dell’allievo. Terra buona dà buon frumento solo a volerlo raccogliere; e terra magra non dà nulla, quantunque si voglia inaffiarla con secchie di sudore.

— Oibò, padre; non dirò mai questo! — ripigliò la contessa. — La invidiava giusto appunto, perch’ella si è trovata in grado di meritare e di procurarsi una tale fortuna. Secondo me, la buona educazione d’un giovine, collocato in così buon punto per far del bene, è il merito più grande che si possa vantare verso la società!

— Quello d’una nobildonna, che educa e forma delle ottime madri di famiglia, non è certo minore; — rispose il reverendo.

— O padre! noi ci mettiamo poco studio. Se il Signore ce le dà belle e buone, la grazia è sua. Del resto una saggia economia, un buon ordine di casa, una buona dose di timor di Dio, e la dote della modestia, sono tutti i pregi delle nostre figliuole.

— E lei, ci dice niente lei?... Economia, buon ordine, timor di Dio, modestia!... Ma c’è tutto qui; c’è tutto!... Sarei anche per dire che ce n’è d’avanzo; perchè già il buon ordine insegna gli sparagni, e il timor di Dio conduce all’umiltà. Mi creda, signora contessa, fossero donne cosifatte sui più gran troni della terra, ancora ci farebbero una degna figura! —

Il cuore della contessa si slargò, come una rosa a una lavata di pioggia. Corse collo sguardo dal buon padre Pendola alla Clara, dalla Clara a Raimondo, e da questo ancora all’ottimo padre. Questa giratina d’occhi fu come il tema della sinfonia che si apprestava a suonare.