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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/317

290 le confessioni d’un ottuagenario.

timori; ma d’altra parte era qualche anno che Lucilio non si moveva da Fossalta; la sua vita era quella d’un tranquillo benestante di campagna; gli inquisitori dovevano essersi dimenticati di lui, ed egli di loro e delle ubbie giovanili. Il dottor Sperandio, in visita diplomatica all’eccellentissimo patrono, lo aveva rassicurato confessandogli che egli non erasi mai lusingato, per l’addietro, di trovare nel figliolo la docilità e la calma che dimostrava infatti colla sua vita modesta e laboriosa. — Oh se volesse consentire a laurearsi! — sclamava il vecchio dottore. — Senza fermarsi a Venezia, intendiamoci bene! — soggiungeva con frettoloso pentimento. — Ma, dico io, se giungesse a laurearsi, qual clientela bella e pronta gli avrei preparato! —

— Non mancherà tempo, non mancherà tempo! — rispondeva il senatore. — Ella intanto provveda che suo figlio si assodi bene, che dia un calcio a tutte le bizzarrie, che conservi sì il buon umore e la vivacità, ma non pigli sul serio le fantasie letterarie degli scrittori. La laurea verrà un giorno o l’altro, e di ammalati non ne mancheranno mai ad un dottore che dia ad intendere di saperli guarire.

Morbus omnis, arte ippocratica sanatur aut lavatur — soggiungeva il dottore. — E se la conversazione successe di dopopranzo, aggiunse certamente una mezza dozzina di testi; ma non lo so di sicuro, e voglio sparagnarne l’interpretazione ai lettori.

Lucilio era adunque diventato, come dice la gente bassa, il cucco delle donne. Queste vanerelle, in onta alle capricciose leggi d’amore, si lasciano facilmente accalappiare da chi fa in qualche maniera una prima figura. Nessun piacere sopravanza forse quello di essere da tutti invidiato. Ma Lucilio, un cotal piacere non lo permetteva a nessuna di loro. Era gajo, estroso, brillante nelle sue rade escursioni fra le tavole del giuoco; indi tornava a capita-