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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/265

238 le confessioni d’un ottuagenario.

— Sei anche stato all’osteria? — mi chiese il fattore.

— Vi dirà tutto il signor Lucilio; — risposi modestamente. — Egli ne sa più di me, perchè ha avuto che fare, credo, con quei signori. —

— Ah! e cosa dicono? pensano d’andarsene? — domandò ansiosamente il conte.

— Pensano di rimanere; — rispose Lucilio — per ora almeno non c’è speranza che levino il campo, e bisognerà ricorrere al vice-capitano di Portogruaro per deciderli a metter la coda fra le gambe. —

Monsignor Orlando mandò un’altra e più espressiva occhiata alla cuoca; il canonico di Sant’Andrea s'accomodò il collare con un leggiero sbadiglio: in ambidue i reverendi i bisogni del corpo cominciavano a gridare più forte delle afflizioni dello spirito. Se questo è segno di coraggio, essi furono in quella circostanza i cuori più animosi del castello.

— Ma cosa ne dice lei? qual’è il suo parere in questa urgenza? — chiese con non minore ansietà di prima il signor conte.

— Dei pareri non ce n’è che uno; — soggiunse Lucilio. — Sono ben munite le mura? sono sprangate le porte e le finestre? ci sono moschetti e spingarde alle feritoie? V’ha per questa notte gente sufficiente per vegliare alla difesa?

— A voi, a voi, capitano! — strillò la contessa, invelenita pel contegno poco sicuro dello schiavone. — Rispondete dunque al signor Lucilio! Avete disposto le cose in maniera che si possa credersi al sicuro? —

— Cioè, — barbugliò il capitano — io non ho che quattro uomini, compresi Marchetto e Germano; ma i moschetti e le spingarde sono all’ordine; e ho anche distribuito la polvere... In difetto poi di palle, ho messo in opera la mia munizione da caccia. —