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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/196


capitolo quarto. 169

combattuto in Morea col mio trisarcavolo; mio nonno ha ucciso col medesimo ventidue beccaccini in un giorno; cosa che potrebbe fin sembrare incredibile ove si osservi che bisognano dieci buoni minuti a caricarlo, e che dopo l’accensione della polvere nel bacinetto, lo sparo tarda mezzo minuto ad uscire. Infatti mio padre non arrivò mai a colpirne più di dieci ed io non oltrepassai fin’ora il numero di sei. Ma i beccaccini si vengono educando alla malizia, e in quel mezzo minuto che lo sparo s’incanta, mi scappano un mezzo miglio lontano. Verrà tempo che si dovrà correr lor dietro colla spingarda. Intanto io tiro innanzi col mio schioppo; ma il male si è che la morsa non stringe più, e alle volte prendo la mira e scatto il grilletto, ma dopo mezzo minuto, quando lo scoppio dovrebbe avvenire, m’accorgo invece che manca la pietra. Bisognerà che lo porti a Fratta da mastro Germano, perchè lo raccomodi. È vero che potrei anche dire al papà che ne provvedesse un nuovo; ma son sicuro che mi risponderebbe di non mettermi a far novità in famiglia. Infatti questa è anche la mia idea. Se lo schioppo è un po’ malandato dopo aver fatto le campagne di Morea ed aver ucciso ventidue beccaccini in un giorno, bisogna proprio compatirlo. Tuttavia, dico, lo porterò a mastro Germano perchè lo raccomodi. Non è vero che ho ragione io, signora Doretta? —

— Sì, certo; — rispose la fanciulla ritraendo i suoi piedi dal ruscello e asciugandoli nell’erba. — I beccaccini poi gli daranno ragione mille volte.

Leopardo frattanto guardava amorosamente e ne puliva la canna colla manica della giacchetta.

— Per ora rimedieremo così, — riprese egli cavando di tasca una manata di pietre focaie, e scegliendo la più acconcia per metterla nella morsa. — Vede, signora Doretta, come mi tocca munirmi contro i casi fortuiti? Devo sempre avere una saccoccia piena di pietre; ma non è