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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/168


capitolo terzo. 141


ed il sogno ad una vaporiera. I prospetti sono gli stessi ma passano più rapidi; la distanza non è diminuita ma divorata.

La mattina mi svegliai con tanta gravità addosso, che mi invogliava di credermi un uomo addirittura, così lunga età mi pareva essersi condensata nelle ultime ventiquattr’ore da me vissute: e le memorie del giorno prima mi passarono innanzi chiare, ordinate, e vivaci come i capitoli d’un bel romanzo. I dispetti della Pisana, le smorfie dei bei cugini, il mio abbattimento, la fuga, il risvegliarsi in riva al canale, il guazzo periglioso di questo, la gran prateria, il giungere sull’altura, le meraviglie di quella scena stupenda di grandezza, di splendore, e di mistero; il cader delle tenebre, i miei timori, e il correre traverso la campagna, e lo scalpitarmi a tergo del cavallo, e l’uomo dalla gran barba che m’avea tolto in groppa, il galoppo sfrenato traverso l’oscurità e la nebbia, le sculacciate di Germano sul primo giungere a Fratta quegli altri martirii della cucina, e quello spiedo e quella contessa, e la mia fermezza di non voler disobbedire alla raccomandazione di chi m’avea reso un servigio ad onta del tremendo castigo minacciatomi, la carezza della Clara e le parole del signor Lucilio, le mie smanie, le disperazioni poichè fui coricato, e l’apparimento in mezzo a queste della Pisana, della Pisana umile e superba, buona e crudele, sventata, bizzarra e bellissima secondo il solito, non vi pare che ce ne fossero troppe pel cervello d’un bambino? E lì in un foglietto di carta sotto il pagliericcio io aveva un talismano, che per tutta la vita m’avrebbe ravvivato a mio grado tutto quel giorno così vario, così pieno. Allora risovvenendomi specialmente della parlata del signor Lucilio divisai trarne profitto, e presi a chiamare Martino con quanta voce aveva in gola. Ma il vecchio m’avrebbe fatto squarciare, senza che il suo timpano si risolvesse ad avvertirlo delle mie grida; balzai dunque dal