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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/150


capitolo terzo. 123

po’ dalla mia parte e mostrandomi una figurona nera nascosta sotto le falde d’un cappellaccio da contrabbandiere o da mago. — Sì, sei un ragazzo; e dove vai?

— Andrei a Fratta se il signore mi aiutasse; — diss’io ritraendomi per un po’ di paura che aveva di quella figura.

— Ma come ti trovi in questi dintorni ove non passa mai anima viva di notte? — domandò ancora lo sconosciuto con qualche sospetto nella voce.

— Ecco; — risposi io — sono scappato di casa per qualche dispiacere, e camminai camminai, finchè giunsi in un bel luogo dove vidi molta acqua, molto sole, e moltissime belle cose che non so cosa le sieno: ma nel ritorno mi trovai piuttosto imbrogliato, perchè si faceva scuro e non mi ricordava la strada, e correndo alla ventura adesso mi vedo qui, e non so proprio dove mi sia.

— Sei dietro San Mauro verso la pineta, fanciullo mio; — riprese quell’uomo — ed hai quattro miglia buone per giungere a casa.

— Signore, la è tanto buono — soggiunsi io di bel nuovo, facendo forza colla paura maggiore alla minore; che la mi dovrebbe insegnare qual modo debba tenere per giunger a casa per le più spiccie.

— Ah tu credi ch’io sia buono? — disse il cavaliere con un accento alquanto beffardo. — Sì, perdiana, che hai ragione, e voglio dartene una prova: saltami in groppa, e giacchè devo passarci, ti metterò giù di fianco al castello.

— Sto nel castello appunto: ripresi io non sapendo se dovessi fidarmi alle proferte dello sconosciuto.

— Nel castello? — sclamò egli con poco gradevole sorpresa: — e a chi appartieni tu, nel castello?

— Oh bella! a nessuno appartengo! Sono Carlino, quello che mena lo spiedo e va a scuola dal pievano.

— Manco male; se la è così, salta, ti dico; il cavallo è forte e non se ne accorgerà.