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Pagina:Le confessioni di un ottuagenario I.djvu/110


capitolo secondo. 83

lava il suo nido sotto le travature del granajo. La sua bellezza cresceva coll’età, come se l’aria ed il sole in cui si tuffava da mane a sera colla robusta noncuranza d’una campagnuola, vi si mescessero entro a ingrandirla e ad illuminarla. Ma era una grandezza buona, una luce modesta e gradevole al pari di quella della luna; non il barbaglio strano e guizzante del lampo. Regnava e splendeva, come una Madonna fra i ceri dell’altare. Infatti le sue sembianze arieggiavano una pace religiosa e quasi celeste; si comprendeva appena vedendola, che sotto quelle spoglie gentili e armoniose il fervore della divozione si mescolava colla poesia d’un’immaginazione pura, nascosta, operosa, e colla più ingenua squisitezza del sentimento. Era il fuoco del mezzodì, riverberato dalle ghiacciaje candide e adamantine del settentrione.

Le semplici contadine dei dintorni la chiamavano la Santa; e ricordavano con venerazione il giorno della sua prima comunione, quando appena ricevuto il mistico pane la era svenuta di consolazione, di paura, di umiltà; ed elleno dicevano invece che Dio l’aveva chiamata in estasi come degna che la era d’un più stretto sposalizio con lui. Anche la Clara si risovveniva con una gioja mista di tremore di quel giorno tutto celeste; assaporando sempre colla memoria quei sublimi rapimenti dell’anima, invitata a partecipare per la prima volta al più alto e soave mistero di sua religione. Tenetevi ben a mente ch’io narro d’un tempo in cui la fede era ancora di moda; e produceva negli spiriti eletti quei miracoli di carità, di sacrifizio e di distacco dalle cose mondane, che saranno sempre maravigliosi anche all’occhio miscredente del filosofo. Io non catechizzo, nè pianto o difendo sistemi; e so benissimo che la divozione volta in bigottismo dalle anime false e corrotte, può viziar la coscienza peggio che ogni altra abitudine di perversità. Vi ripeto ancora ch’io non sono divoto; e me